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Sul Campo Estivo 2016



Anche quest’anno si è svolto a Tre Finestre un «Campo estivo», dall’8 al 13 agosto.


Il tema scelto era stato «Semi di nonviolenza» ed era sollecitato dalla coscienza che

Il lontano si è fatto prossimo e ha piantato la sua tenda di stracci in mezzo a noi

Consapevolezza che impone la domanda

Come posso sentire il suo dolore?

Come posso fare, di questo sentire un seme il cui germoglio sia una speranza di pacificazione?


Il campo, secondo il suo modo proprio, ha sviluppato attorno a questo nodo momenti di riflessione ed interrogazione comune, ma all’interno di una quotidianità nello stile dell’Arca, che fosse coerente, nei suoi ritmi e nei suoi tempi, ad uno stile di vita che è la prima e basilare costruzione di un mondo in via di pacificazione in quanto:

L’azione più efficace, la testimonianza più significativa a favore della nonviolenza e della verità … è vivere…

È fare una vita che sia una e dove tutto vada nello stesso senso, dalla preghiera e la meditazione al lavoro per il pane quotidiano, …, dalla cucina al canto, alla danza attorno al fuoco (Lanza del Vasto)

 E quindi non solo parole messe in comune nei momenti di incontro, ma anche lavoro comune con le mani, preghiere secondo le diverse sensibilità religiose (e non), yoga, danze e festa.


Nel corso del campo abbiamo ascoltato tre testimonianze di «semi di nonviolenza», animati dal desiderio di incontrare segni di speranza che mostrassero come è possibile, perché è già, rompere il cerchio di impotenza che stringe alla gola chi si apre alla consapevolezza di come la violenza, nel nostro presente, ha carattere sistemico e logiche globali che legano in solido stati e organizzazioni terroristiche, élite globali, potentati finanziari e popolazioni frustrate.


In queste giornate abbiamo incontrato:

- Filippo Occhipinti, amico di Giovanni Lo Porto, cooperante italiano rapito in Pakistan da Al Qaeda nel 1012 e ucciso nel 2015 da un drone statunitense

- Gabriele Gabrieli, animatore della Tenda del silenzio a Mantova, iniziativa nonviolenta e interculturale promossa dal gruppo In silenzio per la pace

- Un operatore di Operazione colomba, Corpo nonviolento di pace dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, che ci ha raccontato la loro presenza in un campo di profughi siriani in Libano, in un villaggio palestinese in un villaggio colombiano che hanno scelto e praticano da anni forme di resistenza popolare nonviolenta, e in un’area dell’Albania in cui è ancora molto presente e degenerata  la legge del Kanun.


Cosa mi ha colpito?


- della storia di Giancarlo (Giovanni) Lo Porto mi ha enormemente colpito la vicenda umana, la testimonianza di come una vita, che nasce e fa i primi passi nella condizione di marginalità di un “quartiere a rischio” di Palermo, non è obbligata a seguire la strada già segnata, ma, mentre è “all’estero” alla ricerca di una propria strada, viene radicalmente trasformata da un incontro, l’incontro di un evento (lo tsunami) che è sentito come una chiamata, l’interpello del bisogno dell’altro, che ne fa cambiare radicalmente l’indirizzo, facendo sentire il mondo intero come la propria famiglia, fino a cadere intrappolato nelle maglie del terrorismo fondamentalista e delle oscure trame internazionali;


- della Tenda de silenzio, nella esperienza mantovana, e che Gabriele ci ha guidato a sperimentare in una radura sull’Etna, mi ha colpito come è possibile rompere l’insensatezza del linguaggio, l’inutilità degli appelli on-line e dei proclami, anche giusti, sopraffatti dal rumore del sistema mediatico pubblicitario (mercantile e politico), come è possibile a partire dalla fedeltà alla pratica del silenzio, come bene comune da conservare e potenziare anche nella lotta, a partire da una situazione di violenza che ci chiama in causa, perché «silenzio è stare nella realtà, piantare in essa i propri piedi e la propria mente, offrendole tempo e presenza»;


- della testimonianza di Operazione colomba mi ha colpito anzitutto la sua origine: durante il conflitto jugoslavo, due giovani della Comunità Papa Giovanni XXIII si sono sentiti messi in questione: «Tutto questo accade nella riva di fronte a noi, riva che a volte riusciamo anche a vedere. Come posso stare inerte? Cosa possa fare?» E la risposta fu: «La prima cosa che possa fare è esserci (sono qui, ci sono). Anche se non sono in condizione di fare altro». In questo consistono gli interventi nonviolenti, pacifici, di Operazione colomba nelle situazioni di guerre, conflitti, violenze: essere presenti, condividendo la vita di chi subisce.


Cosa mi ha lasciato il Campo 2016?


1. La consapevolezza che il silenzio, oltre ad essere un atto di presenza a sé e al reale, può essere parola/azione (pubblica) e condivisione empatica, forse la più efficace e profonda nell’epoca del dominio della pubblicità come forma linguistica totalizzante


2. La preghiera universale per la pace da recitare come un mantra (possibilmente ogni giorno ad un’ora stabilita):


Guidami dalla morte alla vita

dal falso alla verità

Guidami dalla disperazione alla speranza

dalla paura alla fiducia

Guidami dall’odio all’amore

dalla guerra alla pace

Fa’ che la pace riempia il nostro cuore,

il nostro mondo, il nostro universo


3. La consapevolezza che condizione della nonviolenza è la trasparenza, nel senso di limpidezza. Essa equivale al principio greco della parresia (dire la verità) ed al voto di veridicità dell’Arca («non sacrificare mai la minima particella di verità alla maggiore efficacia», Commento al voto di veridicità)


4. Le sei domande di Hafez (pastore palestinese)


Chi sono io?

In cosa credo?

Sono impegnato in ciò in cui credo?

Se sono coinvolto in ciò in cui credo, cosa dovrei fare?

Sono pronto a correre dei rischi per quello in cui credo?

Perché sono qui?


Annibale