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Lettera dalle Tre Finestre n.10 - 23 Marzo 2016



Cari tutti,
in questi giorni ho pensato di scrivere la lettera dalle Tre finestre. L’idea che mi girava in testa da un po’ era quella di cominciare raccontandovi, almeno per quello che io so, sento e percepisco, qualcosa del prima di noi alle Tre finestre.
Questa idea nasceva in me da un desiderio di ringraziamento nei confronti di chi ci ha preceduto in questo luogo, lavorato per tanti anni e che ci ha lasciato questo piccolo tesoro alle falde dell’Etna.
Un tesoro nel quale, man mano che si procede nel lavoro di pulitura dei terrazzamenti, si scoprono degli angoli sempre più suggestivi. Come sapete, il podere delle Tre finestre, quando lo abbiamo acquistato, versava in condizioni di grande abbandono. Per più di vent’anni almeno era rimasto incolto, per problemi legati all’eredità dei tanti proprietari.
Ed andando avanti nel tempo, sempre più ci rendiamo conto e scopriamo che è stato un posto molto amato da chi ci ha vissuto. Alle Tre Finestre in tanti hanno lavorato in ogni angolo, sfruttando tutte le potenzialità del posto, costruendo terrazzamenti, stradine lastricate di pietra lavica per il passaggio dei carretti e coltivato ogni spazio con metodo e sapienza contadina. Il perimetro del podere è segnato da grandi alberi di ulivi, ed altri sono stati sapientemente sistemati nei terrazzamenti meno accessibili: gli alberi di ulivo non necessitano, per la loro coltivazione, di troppi interventi durante l’anno. Tutto il resto del podere doveva essere coltivato a vigneto, di cui restano solo delle tracce, alcune viti qua e là, per lo più ormai inselvatichite. Doveva essere un bel vigneto: non per niente nel complesso edilizio è presente un grande palmento e una cantina.

Inoltre sono presenti altri alberi da frutto, peri, noci, nocciole, mandorli, fichi, amarene e due grandi alberi, uno di sorbo, che proprio nel periodo natalizio diventa il nostro albero di Natale naturale con i suoi bei frutti gialli e rossi, e l’altro un grande
albero di gelsi neri, che in estate diventa la meta di tutti i nostri ospiti. L’abilità e la perizia con cui sono stati costruiti i muretti a secco, che hanno resistito al passare del tempo, ci riportano con il pensiero a quei contadini che hanno lavorato in questo luogo dall’alba al tramonto, senza guardare troppo l’orologio. Tutto è stato fatto rigorosamente a mano, lavoro che oggi sarebbe impossibile poter ripagare. Un lavoro necessario per poter rendere coltivabile una terra fertilissima, ma impossibile da lavorare per l’eccessiva pendenza. Ci sono poi, in lati opposti del podere, due torri di pietre realizzate dallo spietramento della terra, suggestive e perfette, anche queste frutto di un lavoro impagabile. C’è stato dunque in questo luogo un tempo dove il lavoro per il pane quotidiano era duro, ma amato, e vi assicuro che ciò si avverte e si percepisce se si fa attenzione e soprattutto se si riesce a guardare oltre. E’ come se si potesse ancora percepire l’odore acre del sudore dei lavoranti, le grida dei bambini che corrono per la campagna ed il canto delle donne durante la vendemmia.
La mia gratitudine per tutto questo nasce da qualcosa di indicibile, fatto di stupore per la Vita. La natura con i suoi mille colori dalle sfumature perfette mi riempie di meraviglia. Tutto sembra essere una lode ed un ringraziamento all’essenzialità dell’esistere. Gratitudine e rispetto per la terra eredità preziosa lasciatami dai miei genitori. La mia infanzia è trascorsa in un piccolo paese delle Madonie, immersa in una cultura contadina, solidale, dura e profondamente umana. Qui l’Arca era di casa, senza né impegno, né promessa, era il vivere quotidiano, la vita stessa. La campagna e la cultura contadina sono state per me un dono che mi ha fatto la Vita, per questo ho trovato nell’Arca il mio naturale cammino. La vita è sempre fatta anche di quello che gli altri ci hanno lasciato: insegnamenti, ricordi, emozioni, parole e tante immagini che si fissano indelebili nelle nostre menti. Qui, i nostri vecchi, ci hanno lasciato qualcosa di prezioso, un tesoro da conservare e preservare, ma anche da far fruttare. Mi piacerebbe costruire alle Tre Finestre un camminamento che diventi il percorso di tutti, vecchi e giovani, che esalti la bellezza della natura e il lavoro paziente di coloro che si sono avvicendati nel tempo in questo posto, così che chi lo percorra possa provare a trovare ciò che cerca, fuori e dentro di sé. Ora che abbiamo l’orto, il pollaio e le galline avrei voglia di chiedere a mia madre, che non c’è più da pochi mesi, cosa fare con la chioccia ed i pulcini e poter decifrare anche tutti quei segreti della cultura contadina, di cui lei era maestra, ma che io non sono riuscita a conservare del tutto nella mia memoria di bambina. Dovrò sperimentare e reimparare tutto ciò che mi sono persa vivendo in città. Ma un insegnamento mi viene da quelle radici che sento forti dentro di me; ad ogni stagione c’è il suo lavoro. Se in autunno abbiamo seminato in estate raccoglieremo i
frutti. Oggi che una nuova primavera ci attende, facciamone tesoro, è ora di far crescere quelle giovani piante che abbiamo messo a dimora. Margalida, responsabile internazionale dell’Arca è venuta a visitarci nel primo fine settimana di marzo vivendo con tutti noi in bel momento di condivisione. Dopo l’insediamento della seconda famiglia alle Tre finestre tutto procede bene. I
residenti e la fraternità cercano nuovi equilibri nella mutata situazione del gruppo. I cambiamenti anche se desiderati richiedono sempre attenzioni. Siamo in tanti e provenienti da storie diverse e bisogna aver cura delle esigenze di ognuno.
Siamo qua per questo, per imparare continuamente, giorno dopo giorno ad intenderci, rispettarci e camminare insieme.
E per camminare insieme si deve far attenzione al proprio passo, al passo di chi ci sta accanto, di chi fa fatica e di chi scalpita. E’ una bella impresa trovare l’accordo e l’unità, una bella storia in cui impegnarsi ed investirci la vita. Prepariamoci con la preghiera e l’ascolto, prepariamoci a risorgere, ogni giorno insieme. 


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Mentre stavo per spedire a tutti voi questa lettera, già preparata e condivisa qualche giorno fa con la fraternità, arrivavano le notizie dei nuovi terribili fatti di Bruxelles.
Solo voglio ricordare a voi un’immagine: il grande quadro posto nella nostra sala comune, che riproduce l’Arca, disegnata da Lanza del Vasto, che ha una vigna per vela. Quel quadro riporta in basso, in tre lingue diverse, italiano, francese ed arabo, le tre parole di saluto in uso nel nostro movimento: Pace, Forza e Gioia.
Quando una nostra amica lo ha realizzato, con la sua bella cornice azzurra, per la nostra fraternità siciliana è stato scontato decidere di scrivere questo saluto anche in arabo.
Dicevo prima che noi siamo anche quello che gli altri ci hanno lasciato e noi siciliani siamo anche questo mix di culture, tra cui quella araba. La storia della nostra isola posta strategicamente al centro del Mediterraneo ha in sé questo incontro, ha in sé il
dono della tolleranza per le culture diverse. Questo dono ci ha attraversato, lungo tutta la nostra storia e arriva fino ai nostri giorni in cui si manifesta con lo splendido esempio di accoglienza che l’isola di Lampedusa dà al mondo intero. L’incontro e la condivisione del vivere comune hanno lasciato e donato a tutti noi, incomparabili gioielli in tutti i campi a cominciare da quelli architettonici famosi in tutto il mondo. L’accordo produce fantastiche melodie e non solo nella musica.
Ed anche se in questi giorni la violenza sembra sovrastarci, questa non deve mai diventare motivo di chiusura verso l’altro.
Che le Tre finestre siano sempre aperte sul mondo.


Una buona Pasqua di Pace Forza e Gioia


Per la Fraternità delle Tre finestre,
Maria


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